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Quando tutto cambia, cosa resta?

  • Immagine del redattore: Anna Gri
    Anna Gri
  • 10 lug 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Sono le 22.55 e dalla finestra della mia camera d’albergo entrano ormai solo i suoni della sera.

Le cicale instancabili friniscono nel buio, noncuranti del caldo soffocante di questi giorni. Non cantano le cicale, no. Friniscono. L’ho scoperto non molto tempo fa. Sono i maschi a farlo, è il loro richiamo nella stagione degli amori, l’unica melodia che vibra nell’aria immobile di questa notte d’estate.

 Mi trovo in un piccolo paese in provincia di Verona. Resterò qui tre giorni per una formazione. Un altro passo importante verso ciò che, da settembre in poi, potrà finalmente prendere forma.

È una pace sottile quella che emana questo posto. Mi ci abbandono dentro, come chi attende una rivelazione. Appoggio i gomiti sul davanzale e lascio correre via i pensieri. Le cicale continuano a frinire con ostinazione. Me le immagino danzare tra i loro pretendenti, una coreografia invisibile nel buio. Chissà chi verrà scelto, chissà se anche tra loro esiste il rifiuto, l’attesa, la speranza.

L’albergo dove alloggio è circondato da colline che, dopo il tramonto, appaiono all’orizzonte come sagome silenziose. Senza dubbio sono corpi femminili. Un richiamo alla terra e alla quiete, per me, che le guardo da questa finestra.

Da questa mattina sento un fastidio alla schiena, un pizzicore sottile ma costante. Mi concedo una doccia e finalmente indosso il pigiama. Ma certo, ecco il colpevole! Un pezzetto di scotch marrone, quello che si usa per chiudere i pacchi, rimasto attaccato dentro la mia maglietta.

In un attimo tutto scompare: le cicale non friniscono più, il caldo diventa una cosa lontana e pure le colline sembrano appiattirsi fino a scomparire. Rimango solo io con il colpevole tra le dita. Deve essersi attaccato per sbaglio l’altro giorno, sabato, se non ricordo male.

I traslochi mettono di fronte a grandi vuoti. Un paradosso, se pensiamo a quante cose riaffiorano quando si inizia a riempire montagne di scatoloni. Eppure è proprio quel vuoto, quello spazio che resta, a definire il ricominciare. È lì che prende forma un nuovo mondo.

Un mondo in cui tutto cambierà, a partire dall’indirizzo e dal numero civico che, conoscendo il mio rapporto disastroso con i numeri, confonderò sicuramente da qui ai prossimi mesi.

La decisione di lasciare la città e trasferirci in un piccolo paese di collina (meno di tremila anime, per intenderci) nasce da un desiderio profondo, qualcosa che ci portiamo dentro io e Mario da sempre, forse da quando eravamo bambini. La ricerca è stata lunga. Abbiamo inciampato, aspettato, rinunciato. Ma sempre insieme. E questo ha fatto la differenza.

Di fronte al fascino apparente delle opportunità che una città come Milano può offrire, noi abbiamo scelto altro. E ci tengo a sottolineare il noi, perché credo che la vita (quando si ha il privilegio di poter scegliere) sia proprio questo: una somma di scelte consapevoli. E davvero, chi può stabilire cosa sia giusto o sbagliato?

La città cominciava a starci stretta. Il rumore incessante, l’aria inquinata e pesante, il costo sproporzionato della vita, il caldo opprimente, la fretta di fare, di sapere, di essere. Potrei andare avanti ma, in fondo, ciò che conta,  è che abbiamo avuto il coraggio di dire no a un’idea di vita che non ci apparteneva più.

Abbiamo scelto di ascoltarci, di crederci e di cambiare.

E forse, più che un trasloco, questo è un ritorno. A qualcosa che in fondo abbiamo sempre saputo, ma che solo adesso siamo pronti ad abitare.


Quando tutto cambia, cosa resta?

Restiamo noi. Resta il frinire delle cicale nella sera. E restano gli scatoloni da svuotare, pieni di vita e possibilità.

















Lula, la nostra gatta di ben 18 anni, Anna e Mario.

E alcuni scatoloni.

 
 
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