Plant Blindness: quando il verde diventa trasparente
- Fin. Lassù
- 22 apr 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Se vi chiedessi: quale è la prima cosa che vedete in questa immagine?
Per rispondere non pensateci più di un secondo.

Bene, una volta risposto, vi chiedo un ulteriore sforzo: prendete carta e penna e piegate il foglio in due. Sul lato sinistro scrivete i nomi dei brands che travate raffigurati qui sotto, sul lato destro, invece, i nomi delle piante (riconoscibili dalle foglie) illustrate.

Come sono andati questi due esercizi? Cosa siete riusciti a riconoscere? Se la risposta è “poco e niente”, state tranquilli, mettetevi comodi, che ora vi spiego il perché.
Nel primo esercizio è presente un dipinto, realizzato da Henri Rousseau nel 1910, raffigura una rigogliosa foresta tropicale (da qui il titolo “Foresta tropicale con scimmie”). Le piante, rappresentate con grande dettaglio e precisione, occupano un ruolo centrale nella scena, creando un ambiente ricco e verdeggiante. Ve ne siete accorti anche voi?
Il secondo esercizio aveva, invece, le seguenti soluzioni:
BRANDS | ALBERI |
Acero | |
Lacoste | Frassino |
McDonald’s | Abete |
Apple | Quercia |
Nike | Tiglio |
Volkswagen | Olmo |
Se il mondo vegetale vi ha messo in difficoltà o non ha colto particolarmente la vostra attenzione è perché davanti alle piante noi siamo diventati ciechi.
La cecità alle piante, o Plant Blindness, è una forma di bias cognitivo che consiste nell’ignorare le specie vegetali da parte degli esseri umani. Tra le cause principali sembra esserci il rapporto tra la chimica del cervello umano e l'elaborazione visiva. Più semplicemente: da una parte c’è la velocità a cui sottoponiamo costantemente la nostra mente e il nostro corpo che non ci consente né di rallentare né di memorizzare, dall’altra sembra esserci la nostra predisposizione a ignorare le piante nell’ambiente circostante.
È stato dimostrato che anche la cultura gioca un ruolo importante nell'instaurarsi della cecità vegetale in una società. Un esempio: in alcune comunità indiane e indigene, le piante sono molto apprezzate per il loro ruolo nella religione, nella medicina e nella mitologia. Questo fa sì che, non solo vengano viste, ma venga riconosciuta l'importanza della vita vegetale per l'intera biosfera e per le vicende umane.
Il cuore della questione è sempre lo stesso: l’educazione. In questo caso è l'educazione zoocentrica che ci manca e ci fa credere di essere gli unici, invece che esseri interconnessi. Pensate che ci sono diversi studi che dimostrano che l’interesse per le piante sembrerebbe svilupparsi grazie a esperienze vissute nella prima infanzia: fare passeggiate nei boschi, incontrare insegnanti ispiratori, giocare all’aperto (e così via) sembrerebbe fare la differenza.
Quello che succede oggi è che ci si limita a prendersi cura (se così si può dire) del “proprio verde”, andando ad abbattere alberi ritenuti pericolosi o eliminando erbe spontanee ritenute esteticamente brutte. Si rincorre un’idea di ordine senza sapere quanti danni, in termini di biodiversità, si commettono. Sarà un caso che l'industria del tappeto erboso artificiale e arrotolato è in costante crescita? Questa nostra volontà di avere perennemente tutto sotto controllo ci dà la risposta.
Il Fenomeno sociale del Plant Blindness viene per la prima volta affrontato in una campagna americana “prevent plant Blindness”, nel 1994, da James Wandersee e da Elizabeth Shussler, biologi che avevano capito che bisognava cominciare con i piccolissimi a fare prevenzione.
Grazie alla loro ricerca furono inserite maggiori rappresentazioni delle piante nei libri di testo delle scuole superiori. I due biologi progettarono anche un poster che venne appeso nelle aule scolastiche, raffigurava un ambiente fluviale alberato sopra il quale erano riportate in diagonale le parole "Prevent Plant Blindness". Nel cielo apparivano un paio di occhiali color rosso scuro. Per sottolineare che chi indossava quegli occhiali non avrebbe potuto vedere le piante verdi nella scena.
Era quindi un invito metaforico a togliere gli occhiali per rendersi conto delle piante che compaiono nel proprio campo visivo, senza considerarle semplicemente uno sfondo offuscato.

Sulla scia di questo importantissimo lavoro, nel 2018, altri due ricercatori americani, Anna Kell e Jonathan, progettarono una serie di “POSTERS FOR THE PLANT BLIND”. Si tratta di poster scaricabili e gratuiti per tutti, che avevano (e hanno) come scopo quello di promuovere l’alfabetizzazione delle piante.

Infine, due anni fa, in Germania, 15 musei progettano il Manifesto del design fitocentrico. L’obiettivo? Ribaltare il rapporto uomo-piante, diffondere un senso di rispetto, responsabilità, equità ed empatia.
Trovo geniale e potentissimo il messaggio delle due radiografie proposte all’interno di questo Manifesto: per ritornare a vedere il mondo vegetale dobbiamo essere natura, come lo siamo sempre stati.

E visto che ho iniziato questo articolo con due esercizi, mi piacerebbe concluderlo con un invito. Cominciamo a togliere lo sguardo dai cellulari per alzarlo verso le gemme che ci regalano in questo periodo gli alberi, ritagliamo dei piccoli momenti per guardarci attorno: incontrate qualche pianta nel tragitto casa-lavoro? Riconoscete qualche foglia? Non abbiate paura di raccogliere, sporcarvi le mani, camminare sotto la pioggia. Non serve per forza andare in un bosco per essere in empatia con ciò che ci circonda. Come tutte le rivoluzioni si comincia nel proprio piccolo e nella propria quotidianità.
E allora non mi rimane che augurarvi una buona rivoluzione silenziosa!
Anna


